RUBEN ESPOSITO
Nato il 17 Agosto 1978 a Genova.

Dopo aver frequentato l'Istituto d'Arte J.Ottolenghi di Acqui Terme, sceglie un percorso autodidattico iniziando a frequentare, giovanissimo, gli studi degli Artisti che lavoravano in quell'epoca presso l'Ospedale Psichiatrico di Genova Quarto.
Ruben trova il suo filone artistico dedicandosi alla modellazione della creta, formazione di calchi e sperimentazioni in ceramica. Terminata questa importantissima esperienza, si trasferisce in Brasile dove ha vissuto per un anno imparando la tornitura di vasi e la cottura delle ceramiche eseguite secondo le tradizioni tribali di quei luoghi. Tornato in Italia, si stabilisce ad Ovada, dove, insieme ad altri artisti, partecipa alla fondazione di uno studio d'arte “Sligge Factory” dedicandosi alla lavorazione del ferro, che unirà a quella della ceramica.

Tra le esposizioni più importanti
Amore Sacro e Amore Profano a Genova Curata da Viana Conti
The Road Contemporary Art a Roma con l'opera “Cenacolo”,
Brume Spazio Lucio Fontana ad Albissola Marina e
Resurrexit a Conzano curata da Carlo Pesce.
Segrete al Palazzo Ducale di Genova, curata da Bruna Solinas.

Negli ultimi anni, è intervenuto a più cinquanta eventi e fiere, tra cui, nel Maggio 2010, la prestigiosa Kunstart di Bolzano e nel 2011 la 54ª Biennale di Venezia Padiglione Italia regione Piemonte
Ha curato le scenografie per autori musicali come  Vinicio Capossela (Marinai, Balene e Profeti) e solo show e il boulla tour per MGZ.
Per il teatro, ha curato le scenografie degli spettacoli Macchia Nera di Francesca Sangalli, Macbeth di Jurij Ferrini.

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PERSONAL EXPOSITIONS


2012 Genova Nervi: TASSIDERMIE INDUSTRIALI Sala Anita Garibaldi a cura di Bruna Solinas
2011 Genova: AMORE SACRO E AMORE PROFANO Artrégallery a cura di Viana Conti
2010 Albisola: OMBRE Galleria Eleutheros - Spazio Lucio Fontana a cura di Carlo Pesce
2007 CasaleMonferrato: METAMORFOSI a cura di Carlo Pesce


EXPOSITIONS

2012
Novi Ligure: ADUEADUE Museo dei Campionissimi Carlo Pesce
Torino: INTERNAZIONALE D’ARTE LGBTE AV Art Gallerie Telemaco Rendine
Genova: EMPATIA Galleria Artrègallery di Bruna Solinas Viana Conti
2011-12
Torino: 54 Biennale di Venezia-Padiglione Italia Regione Piemonte
Sala Nervi Vittorio Sgarbi
2011
Genova: BESTIARIO mitologia del contemporaneo
Museo di S.Agostino Bruna Solinas
Genova: START Galleria MichiPasto Arte Michela Pastorino
2010-11
Ovada: RAPPORTO ANNUALE Sligge factory, SliggeFactory
2010
Torino: TAKE AWAY ART P.O.W.gallery Carlo Pesce
Cerrina:LA LEGGEREZZA DELLA SCULTURA
Parco dell’arte I.N.A.C Carlo Pesce
2010
Genova:NONSIBUTTAVIANULLA
Villa Imperiale Bruna Solinas
Roma: THE ROAD CONTEPORARY ART
Installazione per l’inaugurazione P.O.W gallery
Torino: TASSIDERMIA INDUSTRIALE
Torre Almese P.O.W gallery
Genova: SEGRETE, TRACCE DI MEMORIA
Casa dello studente Bruna Solinas
Torino: eMotionART Castello di Montaldo, P.O.W gallery
Palazzo ducale, carceri torre grimaldina Bruna Solinas
2009-10
Ovada: RAPPORTO ANNUALE
Sligge factory, SliggeFactory
2009
Genova: SUCCESSI Galleria Artré di Bruna Solinas Bruna solinas
Ovada: PER-SONA Galleria MichiPasto Arte, Michela Pastorino
Recco: CATTIVI MAESTRI OTTIMI ALLIEVI
Spazio Polivalente con Ezio MinettiSliggeFactory
Tagliolo Monferrato: HORTUS DUSCHIUSO
Tenuta degli Angeli Evelina Schatz
Genova: PANTAREI
Galleria Artrégallery di Bruna Solinas, Bruna Solinas
2008-9
Ovada: RAPPORTO ANNUALE
Sligge factory, SliggeFactory
2008
Ovada: Sala espositiva, Piazza Cereseto SliggeFactory
Conzano:RESSUREXT Villa Vidua Carlo Pesce
Ovada: C’Aarte Galleria MichiPasto Arte, Michela Pastorino
2007
Casale Monferrato: FIGLI E INTERPRETI DEL MONFERRATO
Palazzo Sannazzaro Carlo Pesce
Alessandria: Galleria Gloria Novelli Carlo Pesce
2006
Frugarolo: ARTE SOTTO LE STELLE Carlo Pesce
Ovada: CARTA CANTA a casa sotto l'ombrello
2005
Alessandria: CONTIGUE TRASPARENZE
Chiostro Santa Maria di Castello Carlo Pesce


ART FAIRS

SALUZZO ARTE 2011 Fondazione Amleto Bertoni (aprile 2011) Saluzzo
ARTFACTORY Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
Catania LE CIMINIERE P.O.W.Gallery (Aprile 2011)
SICILIA ARTE Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
Belpasso ETNAEXPO P.O.W.Gallery (Marzo 2011)
ARTEGENOVA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery ( Febbraio 2011)
ARTEPADOVA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Novembre 2010)
ARTVERONA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Ottobre 2010)
GENOVA PALAZZO ROSSO “Giornata Mondiale dell’Ambiente “
Artelier (Giugno 2010)
“THE ROAD CONTEPORARY ART” ROMA Fiera Macro Testaccio, Installazione per l’inaugurazione
P.O.W.Gallery (Maggio 2010)
KUNSTART BOLZANO Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
P.O.W.Gallery (Marzo 2010)
ARTEGENOVA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Febbraio 2010)
ARTEBERGAMO Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Gennaio 2010)
ARTEPADOVA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Novembre 2009)
ARTEBRESCIA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (Ottobre 2009)
ROLLI DAYS Palazzo Tursi, Tour dei Palazzi dei rolli
Artrègallery (Maggio 2009)
ARTEGENOVA Mostra Mercato d' Arte Moderna e Contemporanea
MichiPastoGallery (27 Febbraio - 2 Marzo 2009)
IMMAGINA ARTE In Fiera- REGGIO EMILIA
MichiPastoGallery (Novembre 2008)
NAC – Novengro Arte Contemporanea
MichiPastoGallery (Settembre 2008)


SET DESIGNER

Claudia Losi: Lesfunerailles de la baleine
Opificio tessile (Biella) 2010
performance a cui hanno preso parte
Antonio Marras e Vinicio Capossela
MGZ: Il ritorno del profeta ( Bolla Tour )
Priamar (savona) 2010
Vinicio Capossela: Solo Show (idee e disegni) 2010
Vinicio Capossela: Storie di Marinai Balene e Profeti
Spiaggia Grande (Positano) 2009
Rocce Rosse Blues Festival (Arbatax, Sardegna) 2008
Festival della Palmaria (isola della Palmaria) 2008
Premio Andersen (Sestri Levante) 2008
Giornata Mondiale del Libro, (Genova) 2008
Jurij Ferrini: Macbeth 2008
Francesca Sangalli: Macchia Nera 2007.


SOME FEEDBACKS


IL GRIDO DELL’ACCIAIO di Carlo Pesce
…sì che da la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue…
(Dante Alighieri, Inferno, XIII)

Che visione del mondo ha Ruben Esposito? O meglio, qual è il mondo che Ruben continua, con ostinazione, a farci vedere?
Per cercare di rispondere a queste domande, mi viene da paragonarlo all’Alighieri dell’Inferno. Il suo procedere è a metà strada tra il viaggio e la visione. Ruben identifica un non luogo del quale percepisce dei frammenti, logori e impolverati, dei frammenti di anime dannate che lasciano andare qualcosa della loro vita precedente che viene recepito dallo scultore come un brandello di corpo da ostentare all’osservatore/lettore. La sua arte è una visione post punk, già proiettata in un futuro shehol grigio e nebbioso, uno scenario post atomico cui inevitabilmente sembriamo destinati. La sua visione sembra assumere i toni della previsione apocalittica: quasi non c’è speranza nelle sue creazioni che contorcono nell’inutile tentativo di uscire da quella condizione di mutilati. In fondo, l’aspetto visionario si era già manifestato fin dagli esordi, quando estraeva dei corpi urlanti da elementi vegetali rinsecchiti. In questa fase c’era già una matura proposta di rappresentazione tragica dell’esistenza, spiegabile con la presa di coscienza dell’incapacità dell’umanità di prendere le distanze da un misterioso e inesplicabile mondo sotterraneo che si manifestava con esplosioni corporee che si contaminavano con i contenuti di antiche mitologie. In seguito, è apparso l’acciaio, contorto, piegato, fuso in rivoli sottili, impostato quale simulacro capace di contenere le anime di combattenti di altri universi, di demoni che dominavano lo spazio. Ma la scelta dell’acciaio ha comportato l’abbandono del corpo nella sua totalità che è stato sostituito dai tronchi di corpi dell’ultima fase.
Seguendo la filosofia di un regista dannato come David Cronenberg, Ruben sta ora lavorando sulla fusione polimaterica: egli unisce simbolicamente materiali più teneri, come il legno o la calce, che rappresentano la carne, con materiali meno malleabili, come i metalli, che invece rappresentano la macchina. Ciò che ne nasce è un ibrido di enorme forza evocativa, una fusione di sangue e metallo che rimanda al terribile esperimento del film “la Mosca”. Rispetto ai primi lavori aumenta il senso di angoscia del quale sono carichi questi frammenti, un senso di angoscia che si manifesta in particolare nei soggetti “archeologici”, rappresentati dalle maschere di antichi idoli che ormai ammutoliti osservano privi di espressione la lenta distruzione dell’universo.


RUBEN ESPOSITO, UNA SVOLTA ESTETICA, di Viana Conti


La mostra che Ruben Esposito (Genova, 1978) intitola Amor Sacro e Amor Profano segna un punto di svolta nella sua ricerca estetica. Tendente a riflettere sul mistero del dolore, dell’amore umanamente partecipato e dell’eros, l’artista filtra progressivamente l’Espressionismo forte della ferita originaria per dare immagine a una visione intensamente provocatoria dei due momenti inscindibili dell’umano sentire: la spiritualità e la fisicità. L’amore dell’uomo verso l’uomo viene espresso nell’atrio della galleria da due torsi femminili, in ceramica chiara, e da uno maschile, in ceramica nera, su lamiera smerigliata, trattata a cera e simbolicamente riflettente il mondo esterno, il passante, l’osservatore. Filamenti metallici e colatura conferiscono allo scenario un effetto luministico fluido che non manca di rinviare alla trasfigurazione del corpo attraversato da un pathos profondo, emblematico di un trasporto fondato sulla reciprocità, sulla fratellanza, sulla condivisione del dolore dell’altro e della comunità. I rimandi di possibile ordine confessionale passano dalla Via Crucis alle Vanitas dei Peccata Mundi. In questa sezione della mostra è l’impeto spirituale che riscatta la carne nei suoi sussulti di gioia, angoscia profonda, smarrimento. Alla seconda sezione della mostra si accede attraverso una tenda, come all’ingresso di un locale di intrattenimento notturno, in cui si avvicendino spettacoli dal vivo di spogliarello, danza erotica, contatto fisico, fino ad accenni di accoppiamento. Negli anni del boom economico, tra i Cinquanta e i Sessanta, era la buona borghesia che si dilettava, tra coppe di champagne, vedette del Lido e delle Folies Bergère di Parigi, orchestre di qualità come quelle di Carosone, Marini, Van Wood, Martino, Barreto Jr., di questi giochi erotici, rigorosamente vietati ai minorenni, mentre oggi, senza prescrizioni di abbigliamento adeguato, tra bevande alcoliche, disc jockey, ragazze cubo, contorsioniste da Lap e Pole dance, musica house, hip hop, salsa, si può facilmente assistere a spettacoli decisamente trasgressivi. Gli accorpamenti delle sue inquietanti maschere di ceramica, macchiate d’ombra, dalle labbra tumide, dagli occhi bruciati da un consumo immediato dell’eros, parlano di un voyeurismo smodato, per cui esaudire significa solo esaurire il desiderio momentaneo, fino ad incenerire, davanti alle esibizioni di giovani corpi femminili, riscattati dal nitore della materia in cui sono modellati, perfino gli organi del proprio sguardo. L’atmosfera che Ruben Esposito vuole ricreare non è propriamente quella soft del passato, ma quella di un diffuso mondo di guardoni senz’anima. La sua opera, segnata dalla poetica del frammento e dell’ibridazione, mette in scena il corpo, nella sua finitudine, per esaltarne lo spirito, nella sua immensità interiore, senza la cui luce la fisicità si ridurrebbe a una materialità governata dall’istinto. Sorprende, in epoca di cyberspazio e di realtà virtuale, che questo artista non cessi di formalizzare maschere che abitano una terra di mezzo tra l’arcaico, l’incaico e l’alieno, corpi umani, forse troppo umani, con qualche indizio, in passato, di origine vegetale e oggi di mutazione in direzione psichica e spirituale. Scultore e modellatore di forme in ceramica, forgiatore di elementi in lamiera ossidata o specchiante, Ruben Esposito esprime nelle sue installazioni un’attitudine scenografica visionaria, praticata sovente nelle sue collaborazioni con il cantautore polistrumentista Vinicio Capossela. Nella sua regia degli scenari per i megaconcerti, tra proiezioni di volti su ampie vele, Capossela, nocchiero sopravvissuto a un violento naufragio, ritto alla prua di un galeone, insignito dal mezzo busto di una polena, sembra essere miracolosamente restituito al pubblico dal fondo del mare, insieme a un cumulo di relitti. Umanizzando e sacralizzando incessantemente la figura dell’uomo e della donna, di santi e peccatori, l’artista sembra partecipare di una forma di intenso misticismo.

Scaturiscono dal suo immaginario torsi di dame opulente, sostenute da supporti metallici e rivestite di brandelli corrosi e ossidati, corpi venati, ustionati, piagati, sopravvissuti a catastrofi postatomiche, fianchi e gambe di giovani donne avvolte e costrette tra bande di lamiera. Questo artista sembra essere verosimilmente tributario di un’etica e di un’estetica espressionista che tende ad esaltare l’occhio interiore rispetto a quello mondano, ad esasperare il dato emotivo rispetto a quello oggettivo del reale, deformando drammaticamente il corpo, amputandone gli arti e la testa, lacerandone e macchiandone di sangue la pelle, investendolo di ribellione sociale e di testimonianze drammatiche di fronte alla perdita di valori ideali intersoggettivi, perseguibili per un cambio di rotta contro un avanzato processo di degrado e di consumo frenetico del patrimonio umanitario e ambientale. Se per certi versi e per le sue tematiche sulla la vita e la morte, il sacro e il profano, il maschile e il femminile, il santo e il dannato, Ruben familiarizza con l’immaginario cadaverico dei corpi mozzati, dei bordi lacerati della ferita fisica e psichica, delle simbiosi della carne con il metallo, i congegni meccanici, del fotografo statunitense Joel-Peter Witkin, per altri versi tende alla ricomposizione di un equilibrio armonico ed estetico di corpo e anima. Di origine mediterranea, attratto dalla cultura mitteleuropea, Ruben Esposito, accompagnato dalla musica, percepita come un tantra, o immerso nel silenzio del suo atelier di provincia, sogna quotidianamente di plasmare nell’arte quel soggetto umano con cui vorrebbe condividere la vita nella realtà.


RUBEN ESPOSITO, AMORE SACRO E AMORE PROFANO di Carlo Pesce

Ruben Esposito ha iniziato il suo percorso plastico alcuni anni fa, e adesso continua a creare delle sculture sempre più complesse, anche se sotto un registro diverso che è essenzialmente quello della ripetizione differenziata. Per capirlo, bisogna individuare la doppia dimensione che ha per lui l’atto creativo. A monte, si tratta di un atto fortemente emotivo che lo porta a vivere un terremoto di sensazioni. Per questo, Esposito non parte da schizzi di preparazione o disegni, ma dal condizionamento determinato dal confronto fisico e diretto con la materia. Egli immagina la situazione nella quale evolverà il suo artefatto, e attraverso la presa di coscienza di una serie di situazioni a metà strada tra naturalismo e fantastico, simile a un predatore, attende quella che potrebbe essere definita una folgorazione percettiva, durante la quale, forse per pochissimi secondi, coglie il manifestarsi della bellezza. Appena la magia di questo momento si rivela alla sua mente, comincia a lavorare, talvolta furiosamente, talvolta agendo in velocità, senza cessare di pensare all’immagine che intende realizzare, piegando al suo volere i materiali che costruiscono le sue sculture in una sorta di contrazione spasmodica di cui rimane traccia nei colpi, nelle saldature o nelle fresature che butterano le superfici dei lavori. A volte ciò non basta, e deve ricominciare, sempre però animato da quella “trance” emotiva che sembra volersi trasferire nelle sue sculture. Ciò che Esposito crea, non appartiene al mondo reale, il valore icastico dei suoi lavori non può essere condotto a qualcosa di esistente: sono frammenti di corpi aggregati a supporti di acciaio, lamiere, dei biodroidi – ripensando a un termine molto amato dalla fantascienza – che evocano immagini impossibili, creature mostruose pregne di materia, descrivibili solo come possibili miti. Il suo modo di creare non richiama un’ispirazione tradizionale. È un atto orgasmatico e totale, una partecipazione psicofisica che il corpo vive in modo simile a quella dell’Action Painting. Ma non è sempre così. Questa dimensione fisica che lo scultore ha con la sua opera, può lasciare spazio a un altro atteggiamento, un atto molto più freddo, analitico, in cui Ruben Esposito valuta la validità estetica del suo lavoro, procedendo più cautamente e producendo variazioni nell’impianto dell’opera per esplorare meglio ciò che sta producendo. Questa doppia dimensione dell’atto creativo è stata sempre presente nel suo lavoro. È una situazione che conduce a comprendere come le varianti siano ben presenti nel suo scolpire, tanto attraverso le diverse inclinazioni che stabilisce secondo l’occasione per le sue sculture, quanto attraverso la ricerca dei titoli, che appaiono alla fine, proprio per evitare ogni condizionamento dell’atto creativo e per caricare la valenza semantica, spesso ricorrendo a concetti che rivestono situazioni e riferimenti sociologici ben diversi tra loro. Per capire meglio quando affermato, conviene ricorre a un esempio, riferendoci a quelle opere che possono essere ricondotte alla serie “Amor sacro e amore profano”, realizzate negli ultimi anni. Esse possono essere lette come consequenziali e possono essere intese in relazione tra loro, come poema allegorico di una sorta di discesa agli inferi, di viaggio nel “cuore di tenebra” di ciascuno di noi. È una situazione che affascina, perché dimostra la lacerazione che viviamo quotidianamente, che ci conduce a cercare l’innalzamento spirituale per distaccarci dalla pena dell’immanente e, nello stesso tempo, a operare il percorso contrario, gettandoci con rimorsi e sensi di colpa in quel mondo che viviamo e, ipocritamente, condanniamo. Parafrasando Piero Citati, l’amore, in generale, è adorazione, venerazione, ammirazione, desiderio di sacrificio, tenerezza, dolcezza, ardore, furore, follia, eccesso, che si nutre di eccessi, desiderio di infinito. Osservando questi lavori di Ruben Esposito si percepiscono tutti questi caratteri, ai quali si deve aggiungere l’eros che aleggia come entità misteriosa e indescrivibile su ogni pezzo, sulle pieghe di ogni metallo, sui pori delle ceramiche.
Ci sono alcuni lavori che si stagliano su degli sfondi di sintesi paesaggistica: lamiere lavorate che si contendono le superfici e evocano fondali pittorici. In questo modo le frammentarie figure umane si esaltano, assurgendo al ruolo di protagonisti. Queste composizioni hanno un evidente valore simbolico, ma è difficile individuarne esattamente il significato, perché ciascuna di esse si richiama a esperienze individuali e, soprattutto, perché l’amore sacro non ha un’unica etichetta, non è solo, per esempio,l’amore verso Dio. Esposito fa comprendere questa difficoltà, adoperando frammenti di corpi che scattano, animati da una possessione che ricorda quella della Menade danzante di Skopas. Ciò che si anima nel suo mondo è un universo di esseri antropomorfi, originati da pseudopodi che affondano nel terreno, e che, nonostante questo, si elevano leggermente, privi di legami nei confronti di ciò che li ha creati. In un’altra installazione, una struttura potente, fortemente narrativa, riconducibile ancora al medesimo tema erotico, si celebra un rito. La protagonista è la sintesi del corpo di una ragazza, posta al centro della sala, che si muove seguendo il ritmo ossessivo di un immaginario vibrare di bassi. Non è posseduta da una qualche misteriosa divinità, è un essere razionale che sa di essere osservato da tre individui che barcollano, nel disinteresse di chi, poco distante, sta consumando l’atto amoroso. Anche il visitatore si trova nella condizione di chi è costretto a osservare, a guardare, egli ha simbolicamente pagato per entrare in questo spazio e si aspetta di essere compiaciuto, di entrare nel vivo di un’azione che lo coinvolga fisicamente ma, si badi bene, non emotivamente. Ecco che cos’è nella pessimista visione di Esposito l’amore profano. Profano, in origine, indicava qualcosa che era al di fuori dal recinto del tempio antico, quindi da ciò che era sacro; ora tutto si mischia, tutto convive nello stesso spazio. Il corpo, che un tempo poteva avere un valore ideale, ora diventa merce, ricoprendosi di una sacralità nuova e differente, e, talvolta, ribaltando il concetto originario, cioè trasformando ciò che era sacro in profano e ciò che era profano in sacro. Osservando dunque i lavori di Ruben Esposito si può affermare con una certa sicurezza che egli si relazioni all’arte utilizzando i sistemi tradizionali della scultura, ovvero si avvale di una commistione di materiali per trasformarli in qualcosa di finito. La caratteristica specifica delle sue opere è quella di presentarsi come dei corpi plastici tridimensionali indipendenti a sé stanti, la cui configurazione è il risultato dell’azione formante dello scultore sulla materia. Da un certo punto di vista – e in maniera leggermente più precisa – il suo procedere ci riporta ai modi della scultura barocca con esiti che risultano assai vicini allo spirito culturale del XVII. Come gli scultori barocchi egli dà la sua opera allo spazio che la cattura e la impone allo spettatore. Il suo lavoro è drammatico, è impostato sempre come se descrivesse il momento topico di una rappresentazione, di una tragedia. Chi osserva, infatti, nota che in ogni scultura di Esposito c’è sempre la volontà di dare l’idea di una separazione – o di un’unione – che, in entrambi i casi, hanno la certezza di essere definitive: il vegetale unendosi all’uomo (e viceversa) si separerà dal suo antico status e genererà un altro essere che non potrà mai più scindersi né, tantomeno, potrà tornare a avere le antiche forme dategli dalla Natura.
Non esiste un lato privilegiato per osservare le sue opere, il punto di vista non è mai uno solo. È una visione violenta, determinata da un’azione dinamica che talvolta infastidisce per la fredda crudezza dell’allestimento. È in questo senso che Esposito si differenzia dalle esperienze neodadaiste, pop o iperrealiste. In quel contesto la scultura si limita – per così dire – a incentrare l’attenzione sugli oggetti della società dei consumi ritornando a trattare la figura umana in modo inedito rispetto al passato. L’azione di Esposito è un mezzo per indagare con freddezza l’identità fisica e comportamentale del corpo e delle sue relazioni con lo spazio esterno. Il corpo non appartiene a un essere in particolare, la forma che assume sembra avere un carattere casuale cui un dio ha offerto una posizione nell’universo. Il corpo si limita a accettare la sua condizione lottando violentemente con la nuova realtà in cui si trova immerso conscio del suo destino drammatico. Esposito costruisce il corpo recependo l’essenza poetica dai suoi materiali preferiti, il ferro, la lamiera, la ceramica, il cemento. Proprio con questi materiali, con il loro più evidente valore simbolico, si manifesta l’autentica dimensione della scultura di Ruben Esposito, una dimensione povera, fatta di natura e di cancellazione della natura, di tentativi di imposizione e di frustrazioni: vitale e inerte, (ri)nascita e morte, eros e thanatos, tutto mischiato in un gioco di compenetrazioni che raccolgono la più antica eredità filosofica e mostrano senza nessuna censura la forza del dramma dell’esistenza.



 

 
 
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